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L'ultimo Padre Marco PDF Stampa E-mail
Nel 1976 Padre Marco venne a sapere che si voleva chiudere il Convento di Taggia per mancanza di frati e si offri lui di andare a presidiarlo: non voleva che il Convento dove si erano svolti tanti noviziati domenicani (anche quello di  Giacomo) venisse chiuso e, forse, lui aveva bisogno di un po’ di pace……
Continuò a venire a Genova, per seguire i gruppi di Spiritualità Famigliare uno dei quali era fatto dalle famiglie di molti dei suoi vecchi rover del 30°. Con loro continuò un cammino spirituale che era iniziato ai tempi dello scoutismo attivo e che continua ancora oggi, anche se lui ci ha lasciato. Lo seguimmo e assistemmo durante la sua malattia e lui ci scrisse, pochi mesi prima di morire, quest'ultima lettera che noi vecchi conserviamo tra le cose più care. Eccovela
 
COMITATO PER LA VALORIZZAZIONE DEL COMPLESSO
    CONVENTUALE MUSEOGRAFICO DOMENICANO
DI TAGGIA
CONVENTO DEI PADRI DOMENICANI
TAGGIA (IMPERIA)
Telefono 45.154


26/VI/’93
Carissimi,
    desidero, prima che vi disperdiate per le ferie, farmi sentire (finalmente!) per tirare con voi le conclusioni di questo anno 1992/93, che è iniziato bene e che è proseguito meglio, anche se in modo diversissimo dagli altri anni, e sono molti, trascorsi insieme nel nostro impegno di formazione cristiana comunitaria.
In questo anno di Grazia voi avete voluto mettere in evidenza:
a- la vostra amicizia di antica data, trasformata in autentica carità, che, dice S. Paolo, è il vincolo della perfezione. La Sacra Scrittura mi ricorda: “Chi trova un amico fedele, trova un tesoro”. Quanto sono ricco!
b- e il servizio silenzioso e continuo degno dell'insegnamento evangelico della parabola del buon samaritano. Voi siete stati per me i veri imitatori di quel viandante che trovandosi sulla stessa strada si è curvato sul mal capitato, e avete come lui versato sulle mie ferite l'olio extra vergine della pura e disinteressata amicizia, e il vino inebriante della vostra gioiosa rassicurante e continua assistenza. E qui non posso dimenticare che voi realmente non mi avete mai fatto mancare oltre alle altre innnumerevoli delizie, anche quella di Bacco, memori forse di Giulio Cesare che, nel "De bello gallico", ricorda: “De Murra bibimus vinum praelibatum!”
Prima di tutto il mio vivo ringraziamento va a quella massiccia partecipazione al mio 50° di sacerdozio, di cui tra giorni ricordo il primo anniversario, e del dono elegante della vostra presentazione alla edizione di quel lavoro assai giovanile di cui avete voluto la ristampa.
Dopo l'incontro a settembre nella villa dei Certosini, ci unimmo alla fine di ottobre per la programmazione dell'anno sociale, in cui è stata avanzata la proposta di puntare su un argomento che ci interessava molto da vicino: la preghiera. E il Signore mi ha preso in parola, donandomi tutto il tempo necessario non solo per meditarci sopra, ma per realizzare la più bella sintesi di ogni elevazione a Dio: "Sia fatta la tua volontà, o Signore”. Le vostre prime pattuglie a San Remo mi hanno tolto dallo stato di profondo scoramento morale, facendomi dirottare a S. Martino, ove subito il giorno dopo, festa del Natale, Gesù Bambino, volendosi sincerare della mia effettiva adesione alla sua volontà, chiamava a sé P. Filippo. Mi veniva a mancare colui che fu un poco lo strumento della mia vocazione e la guida della mia vita religiosa. Non potei essergli vicino né al momento del trapasso né alle sue esequie: ma la vostra carità ha preso il mio posto e nella estrema assistenza, e al funerale, alleggerendo il mio tormento di quell'ora tanto triste. So per fede viva e certa quello che la Liturgia canta: "La vita non è tolta ma mutata". E la mia fede corroborata dalla speranza mi dona la consolazione che quando il Signore vorrà riunirci ci troveremo uniti con i molti membri della nostra famiglia che insieme a Lui hanno già raggiunto il riposo eterno.
Oggi, quando in coro arrivo a salmodiare quei versetti del salmo 90: “Gli anni della nostra vita sono settanta, ottanta per i più robusti; sono quasi tutti fatica e dolore, e noi ci dileguiamo… perché i nostri anni sono come un soffio" attendo con trepidazione la venuta del Cristo Giudice che mi chiederà conto del mio operato e degli enormi benefici che ho ricevuto. Sono però sicuro che la vostra preghiera mi sosterrà ancora anche in quella occasione. E questo è un altro motivo che mi rende sempre più unito alla vostra comunità di profonda amicizia costruttiva.
In quei giorni e nei seguenti quanti incontri si sono susseguiti grazie alla vostra propaganda di... samaritani, facendomi rivivere come per incanto i più begli anni del mio servizio scout. Ho avuto lungo tempo per offrire al Signore come preghiera i miei malanni, e in compagnia di ''Radio Maria", grazie ancora a quel dono che voi signore mi avete portato all'ospedale di Imperia tre anni or sono, ho trovato il modo migliore di essere unito alla Chiesa sofferente e orante nella recita del S. Rosario.
Ora mi viene spontanea una domanda. Perché il Signore ha voluto da me un sì grande tormento? Oltre a farmi pagare la trascuratezza nel curarmi, ha voluto che io riflettessi sui miei peccati e che mi decidessi una buona volta a convertirmi sul serio, perché la pace del convento non era stata sufficiente abbastanza a farmi ricredere. Inoltre, ancora per farmi esercitare nella virtù della pazienza, ché non ne ho avuto che poca, e a meditare sulla mia fragilità umana.
In questa occasione poi il Signore mi ha donato una lezione stupenda sulla sua infinita Provvidenza, facendomi toccare con mano quello che teoricamente avevo predicato per tanto tempo. Quell’incontro - scontro provvidenziale con Finella (a cui chiedo ripetutamente scusa… era un mio eccesso di impazienza!) mi ha fatto dirottare subito ad Albenga, dove la Provvidenza. aveva preparato un ambiente famigliare e fattomi trovare, a due passi, altri amici a completa disposizione. In quel periodo potei anche celebrare la S. Messa quotidianamente, con l’altarino portatile!
Della Provvidenza siete stati voi, prima di tutto, la sua lunga mano che mi ha fatto superare l'estenuante attesa del mio ritorno in convento.
Che devo dirvi ora? A parte le cure che non tralascio, non sono ancora del tutto tranquillo per indizi che spuntano ogni tanto nel mio organismo. Tuttavia mi sono ricresciuti e barba e capelli, ridonandomi l'aspetto normale, e seguo la vita conventuale al ritmo della campana che ci chiama agli atti comuni. Gradualmente riprendo anche il mio ministero sacerdotale, sentendomi utile fisicamente, al di fuori della inattività che già mi ero programmato come risorsa infallibile dalla mia croce. Ma questa eventualmente rimane bene in prospettiva...
Sia benedetto il Signore che tutto ha stabilito in "peso, numero e misura".
Questa mia vuole essere ancora l'espressione del mio affetto per voi, oltre che ringraziamento sincero per tutto quello che avete fatto per me.
Aff. mo    

 
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