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Don Andrea Gallo, uno di noi PDF Stampa E-mail
Dobbiamo alla presentazione di un libro se ci siamo ricordati di lui come uno di noi
 
Sia Enrico Rovida che Andrea Montanari, su richiesta di Anna Raybaudi (una della Comunità, molto attiva e presente sin dai primi anni ’70), hanno mandato due testimonianze che mischiano i loro ricordi personali con quelli “scoutistici”. Sicuramente si parla di don Gallo ma anche tanto di noi e di quei tempi fervidi e un poco burrascosi!
Ecco le due testimonianze.
 
  • ENRICO ROVIDA

Vorrei partire da una mia riflessione sul Carmine, il mio quartiere.

Io sono nato in Via Edilio Raggio e poi nel ’52 la mia famiglia si è trasferita in Via Dino Bellucci (la strada del liceo Colombo e del Convitto Nazionale) dove siamo rimasti sino al 1960. Sono andato alle elementari alla Negrone Durazzo e ho imparato a servir Messa con Monsignor Stagno e Don Guasta, rispettivamente parroco e curato del Carmine. Le mie radici sono lì, in questo quartiere dalle molte anime.

L’arrivo di Don Gallo coincide con il mio quarto anno di “servizio” nelle unità scout (dopo 1 anno nel reparto e 2 anni nel Branco, come aiuto di Giampaolo Chierici), come Akela del Branco Ge 30°Liana Gigante. Nel mese di gennaio 1967 il parroco Don Emilio Corsi, assistente ecclesiastico (Baloo) del branco, mi comunica che, visti i suoi numerosi impegni, intende lasciare quell’incarico al nuovo curato che la Curia gli sta per inviare.

E’ così che Don Andrea Gallo entra nella mia vita!

Al suo arrivo cerco di inquadrarlo nel suo ruolo di Baloo, invitandolo alle riunioni del Branco (2 alla settimana), alle cacce e alle Vacanze di Branco, nonché alle riunioni della direzione di branco ma appare subito evidente che Andrea, pur stando alle regole del “metodo” le interpreta in modo personale ottenendo un immediata risposta positiva da parte dei lupetti che lo seguono con attenzione, prendendo con molta serietà le sue parole e la sua presenza.

Anche a noi capi da una mano “alla sua maniera”: ai campi estivi passa più tempo in cucina ad aiutare i cambusieri a far da

 

 

mangiare (bene) che non a farci fare veglie di preghiera, nel quartiere ci introduce nei ceti popolari, sino a quel momento ostili a questo movimento frequentato da figli dei “ricchi”. E' qualcosa di straordinario per noi capi che, pur avendo creato un gruppo di quartiere parallelo a quello scout (il fondatore era stato uno del 30°, Corrado Alfano assieme a Roberta Reami, Daniela Prestileo, le cugine Tonani, ecc.) cui partecipano molti di noi e che fa doposcuola e altre attività ricreative (calcio, ecc.) non era mai riuscito a penetrare veramente nel cuore del Carmine. Pertanto tutti quanti beneficiamo di questo clima nuovo e di questa “voglia di partecipazione” della gente, facendo meglio il nostro lavoro di volontariato.

I punti fissi di Andrea per entrare in contatto con la gente sono il chiosco del giornalaio (Gianni) dove sta nelle prime ore del mattino, i negozi del mercato, la trattoria della Rina (sotto al giornalaio) e i due bar della Piazza del Carmine. In poco tempo tutti lo conoscono ed entrano in relazione con lui … di lì entrare nelle case, conoscere i problemi delle varie famiglie, cercare di aiutare, condividere sofferenze e dolori il passo è breve.

Nel 1968 il gruppo Genova 30° caratterizzato dal fazzoletto metà nero e metà verde, era diventato troppo grande in quanto aveva Branchi (lupetti) e Reparti (esploratori) a San Carlo, San Nicola, Carmine, Sanità che facevano capo al Clan (rover) ubicato a San Carlo. Si venne dunque alla decisione di dividere il Gruppo dando vita al Genova 26° con fazzoletto bianco-verde e sede del gruppo al Carmine. Don Gallo divenne automaticamente assistente anche del nuovo clan che, al momento aveva solo un noviziato biennale, affidato a me come “Maestro dei novizi” e ad Aldo Pezzana come mio aiuto. Ma erano tempi in cui si cominciava mettere in discussione la separazione dei sessi e la divisione tradizionale dell’Associazione in ASCI (maschile) e AGI (femminile). Il nuovo gruppo decise quindi di dar vita a un noviziato misto, coinvolgendo due scolte (ramo femminile) Piera Precetti, fidanzata di un nostro capo (Emanuele Repetto) e Rita Repetti. Questa decisione ovviamente alimentò una serie di reazioni negative e qualcuno nell’Associazione chiese di censurarci o addirittura metterci fuori. Andrea Montanari trovò una soluzione di compromesso, anticipatrice di quello che sarebbe successo nel 1974 con la fusione delle due associazioni nell’Agesci, stabilendo un accordo di condivisione dell’esperienza con il ceppo (gruppo) delle guide della Maddalena, guidato da Carla Olivari. In questo modo l’esperienza poté partire con circa 18 novizi/novizie.

Ma erano anche tempi in cui molte tensioni serpeggiavano tra i giovani di 16-18 anni: non solo i problemi dei rapporti tra i sessi, ma la politica (siamo nel ’68!) e, ahime!, la droga. Il Carmine, con il liceo Colombo a un passo e i caruggi degradati alle spalle diventa presto un centro di smistamento e sede di “fumerie” proprio vicino alle sedi degli scout. Anche noi, e Don Gallo è in prima linea, ci confrontiamo con situazioni difficili nel nostro noviziato anche perché i ragazzi tendono a fare muro contro di noi, considerati “vecchi” e superati rispetto a queste problematiche. Il noviziato comunque “tiene” e sviluppa il suo programma in stretto collegamento con il gruppo di quartiere, ubicato nella stessa sede e con altre realtà, anche ecclesiali (comunità di Bose, padre David Maria Turoldo).

 


 

La foto allegata riprende il noviziato durante la route estiva in Brianza, a Prestino (lago di Como). Da sinistra: Enrico Rovida, Antonio Panarello, Benedetto Montanari, Federica Costa, Paolo Pedullà, Rossella Ridella, Andrea Rocco, Franco Basso, Fernanda Canepa, Maria Manfredi, Aldo Pezzana, Vittorio Calvini, Vincenzo Secondo (N.B. Solo noi capi portiamo il fazzoletto del gruppo…).

  • ANDREA MONTANARI

Mi chiamo Andrea Montanari. Sono nato nel gennaio 1943 a Cavi di Lavagna, dove i miei genitori  Fausto e Luisa si erano trasferiti da pochi mesi per evitare i bombardamenti di Genova; la casa che avevano in affitto in Carignano, una delle due palazzine a fianco di Villa Croce verso il mare, è stata bombardata poco dopo il trasferimento. Sono il primo di 8 figli, 5 maschi e tre femmine. Io sono nato a Cavi e mia sorella a Barassi, dove erano fuggiti i genitori e parenti perchè Cavi era stata evacuata dai tedeschi che temevano uno sbarco.  Papà Fausto insegnava al liceo Doria, e per quello che era possibile aveva continuato ad insegnare, utilizzando la casa dei suoceri e spostandosi, anche a piedi, da Cavi a Genova; mi raccontava che percorrevano le galleria del treno al buio, tenendo la direzione con un bastoncino che strisciava sulla parete, nel periodo in cui non c'era più servizio ferroviario. Nel 1945 siamo tornati a Genova e siamo andati in quella casa, in Salita Santa Brigida, in una villetta a tre piani più soffitte e torretta; noi abitavamo il seminterrato e il primo piano, due vedove il secondo piano e le soffitte; erano state acquistate dal bisnonno attorno al 1920 con la casa, una occasione perchè era deprezzata da un episodio lugubre, un suicidio o un omicidio, mi pare di ricordare. La villetta aveva un giardino e dei vialetti che poi scendevano con scalini fino al cancello d'ingresso.
Quando iniziai la scuola, dalla seconda elementare (la prima l'avevo fatta privatamente da una maestra che abitava a pochi metri, in Salita S. Brigida; avrei dovuto iniziare a sei anni ma ne avevo solo cinque, a motivo della nascita in gennaio) cominciai a frequentare il quartiere del Carmine e la scuola Negrone Durazzo, dove andava anche Rovida, che è più giovane di me. Mio padre era amico di padre Nazareno Fabbretti, francescano che predicava con veemenza nella chiesa della Nunziata, che frequentavamo quindi più della nostra parrocchia, S.Carlo in Via Balbi, che era tenuto allora dai frati carmelitani. Carmelitani e Gesuiti avevano sostenuto conflitti anche cruenti tra di loro, nel diciassettesimo secolo: i loro conventi erano divisi solo dalla stretta Salita Pietraminuta.  La nostra famiglia, ormai 7 figli, si trasferì nel 1954 dalla villetta, venduta dallo zio e dalla nonna (suo malgrado) ad un costruttore savonese, ad un appartamento grande in Corso Dogali. La parrocchia nostra era S.Tomaso, ma andavamo solitamente al Carmine, più vicino; poi i confini furono rettificati e diventammo parrocchiani regolari. Entrai poi negli scout a 14 anni, nel 1957, mentre Enrico Rovida era nei lupetti con mio fratello Michele. La sede era in via Dino Bellucci, a pochi passi dalla casa di Enrico. Utilizzavamo un ex locale della spazzatura del Convitto Nazionale, ottenuto perchè genitori di scout insegnavano lì. Il reparto era il Genova 30°, appena costituito nel gruppo che riuniva il 26° cacciato dal parroco don Crovari all fine del 1956 da Castelletto, il 24° che era a S.Nicola e il 1° a San Carlo.

Prestai servizio, nel reparto da cui provenivo, dal 1961 al 1965 come aiuto capo; nel 1966 passai come aiuto capo Clan 30° il cui capoclan era Giampaolo Guelfi, che organizzò con altri la contestazione pacifica detta di S.Camillo, uno dei movimenti ecclesiali di quel tempo. La sede del Clan si era spostata dalla tradizionale saletta dietro i Cappuccini, che avevano bisogno dello spazio per una mensa dei poveri, a S.Carlo. Una sera si presentò il nuovo assistente del clan, il viceparroco del Carmine, che era anche la mia parrocchia. Il primo contatto, il primo discorso a noi  fu piuttosto critico e fu messa in discussione la nostra impostazione religiosa e sociale, anche se sommariamente. Ci chiedevamo come quel prete abbastanza giovane, che non ci conosceva ancora, potesse rimproverarci perbenismo e “moderazione”.  Poi piano piano si fece conoscere meglio, e approfondì la sua visione della vocazione soprattutto con Corrado ed Enrico, che poi proposero su suo suggerimento la formazione di un Gruppo giovanile laico, in cui però i promotori erano i capi scout del Carmine, tra cui io. Il Gruppo fu una bellissima esperienza: si dedicò ad alcuni problemi del quartiere, formò ad esempio una squadra di calcio di ragazzi che partecipò ai tornei parrocchiali, e fu opera di Sandro Carena e Antonio Del Vita, il secondo era uno scout del gruppo 30°. Poi fu svolta una scuola di maglia per ragazze, tenuta da Luisa Pescetto Camandona e da Renata Bianchi, con cui poi ci fidanzammo ed è da 45 anni mia moglie. Roberta Reami visitava le famiglie più povere, con Gabriella Zanobini e Roberto Ravazzolo (scout coetaneo di Enrico) eseguimmo alcuni traslochi, ne ricordo uno da una casa del Carmine con una scala ripidissima ad una casa di Oregina più comoda, con un camioncino Fiat 241 che ci fu prestato e che ho guidato. Una persona di grande rilievo fu anche Massimo Terrile, che poi sposò Roberta Reami. Ma molti altri si impegnarono, Daniela Cappuccino, Marta Costaguta e suo fratello Matteo, parrocchiani e scout. Don Andrea ci segnalava i casi che incontrava, frequentando le osterie, la piazzetta, i vicoli di Pre, e una volta ci presentò una prostituta che aveva sottratto al suo sfruttatore e che alloggiava da lui o da qualche persona generosa; veniva anche a qualche nostra riunione. Partecipava anche il religioso direttore della Negrone Durazzo, che dopo aver aperto anche la scuola media era in crisi per la mancanza di religiosi, mentre i professori o maestri secolari causavano qualche problema.
Il gruppo giovanile aveva affittato un bilocale all'inizio di salita S.Bartolomeo, per rendersi indipendente dalla parrocchia. I capi che lavoravano e altri si tassavano per l'affitto, modesto. Più tardi fu affittato un altro locale più grande sulla piazzetta dell'Olivella.

Forse senza le omelie “di rottura” di don Andrea la situazione sarebbe rimasta sotto controllo, con una parrocchia non periferica ma non semplice gestita di fatto dal curato; il Parroco don Emilio Corsi infatti non interveniva più di tanto nelle iniziative di don Andrea, ma soffriva in silenzio per gli attacchi al perbenismo e al conservatorismo della curia genovese che don Andrea faceva alla Messa delle 11, che affollava la chiesa del Carmine di persone anche di altri quartieri. Intanto il Carmine aveva due anime: una popolare scarsamente religiosa, che però era attirata dal noncoformismo del prete che frequentava osterie e bar, parlando liberamente e criticando pesantemente l'atteggiamento borghese dei cattolici. Una anima borghese che si ritrovava e adattava ai suggerimenti e alle spinte del prete e dei propri figli; una borghese e popolare che riteneva invece blasfema la prassi e le parole di don Andrea. Tra i leader di quest'ultima fazione c'era la famiglia Moraglia, abitante in salita S. Bartolomeo del Carmine, in cui uno dei figli era seminarista. E oggi Patriarca di Venezia. Anche altri parrocchiani si sentivano oltraggiati dalle esplicite accuse ai perbenisti ( in sintonia con il Vangelo e con lo spirito del Concilio Vaticano appena concluso) e presto i malumori raggiunsero gli uffici della Curia genovese. Don Andrea in seguito ci rivelò che le sue prediche delle 11 venivano registrate di nascosto dal parroco, che vi era stato costretto dalla Curia, o da altri. Durante una omelia che criticava la gerarchia miltare in genere e il militarismo, un uomo si alzò bruscamente ed uscì dalla chiesa a passo marziale. Insomma, da una parte un tentativo di applicare il più possibile o comunque riflettere sullo spirito evangelico, dall'altra il timore di scandalo e la convinzione di una rottura con la tradizione perbenista della borghesia e del popolo “cattolico”. Simili esperienze, anche se più ragionate e radicali, aveva vissuto don Lorenzo Milani, morto nel 1967. Esperienze analoghe si tenevano a Firenze all'Isolotto (don Mazzi), a Genova in Oregina (padre Zerbinati). C'era quindi aria di un cambiamento che andava apparentemente oltre la novità conciliare, e si avvicinava alle esperienze di resistenza violenta centro e sudamenricane, almeno nelle intenzioni. Gruppi della sinistra extraparlamentare erano contigui ad alcuni dei ragazzi delle comunità di base.

Nell'aprile del 1969 trovai il primo lavoro (mi ero laureato il precedente dicembre in ingegneria meccanica) all'Italsider di Cornigliano. Due anni dopo fui eletto nel consiglio di fabbrica (ma continuai il mio lavoro tecnico, ai calcolatori elettronici allora molto diversi, salvo che per le assemblee sindacali). Incontrai Guido Rossa, col quale ogni tanto facevamo il percorso sull'autobus 1 , e divenimmo amici; mi raccontava qualcosa, con ritegno, della sua vita e le sue scelte. Questo cambiava molto le mie prospettive “borghesi”. Fui anche invitato ai  congressi della sezione PCI di fabbrica, la mitica “Cabral”.  Ma pur ammirando la dedizione e l'ispirazione solidaristica, non mi piaceva la disciplina autoritaria e le verità “ufficiali” del partito. Non aderii a nessun partito fino al 1990, quando fui cofondatore dei Cristiano Sociali a Genova.

Anche nella prassi don Andrea non andava per il sottile; ad un certo punto procurò per qualche motivo un documento falso ad un ragazzo che aveva qualcosa da nascondere. Questo provocò la reazione del gruppo giovanile, i cui dirigenti scrissero una lettera alla Curia in merito, per scindere la proprie responsabilità. Fu un momento di crisi acuta; i dirigenti giovanili, Corrado in testa, si rammaricavano che certe azioni non venissero discusse insieme; don Andrea sentiva una mancanza di fiducia ed un tradimento, ma le cose si ricomposero in poco tempo. Nel frattempo don Andrea aveva avuto richiami ufficiali nel Tribunale Ecclesiastico ed era stato invitato perentoriamente a smettere il genere di predicazione che era ritenuta estranea al Vangelo; al contrario i suoi sostenitori (tra cui io) pensavano che uscirsene dalla Chiesa tranquilli e soddisfatti la domenica non fosse segno di comprensione dello spirito evangelico.  Dopo un paio di richiami arrivò alla fine di giugno o ai primi di luglio del 1970 il trasferimento come parroco all'isola di Capraia, parrocchia della diocesi genovese dalla battaglia della Meloria. Don Andrea fu angosciato, ma rifiutò l'incarico di parroco, cosa che gli era consentita dal codice di diritto canonico. Fu comunque rimosso dalla parrocchia. Ci fu una dimostrazione sulla piazza del Carmine e una occupazione simbolica della chiesa, in cui come parrocchiano mi fu chiesto (dal leader della contestazione Franco Cifatte, che non era parrocchiano) di invitare alla preghiera con la recita di un Padre nostro. Passarono alcune settimane di incertezza; il gruppo di giovani fu assistito da don Giacomino Piana e don Carlo Galanti, un altro sacerdote genovese che però studiava ed operava a Milano. Intanto interveniva la mediazione di don Piero Tubino (l'abbiamo saputo molto dopo) che lo collocava a S.Benedetto, accolto dal Parroco, e lo aiutava a costruire la comunità. Andavamo a Messa a S.Benedetto e non più al Carmine, dove il nuovo curato era don Mauro Piacenza,  di carattere  e idee opposte a quelle di don Andrea,  oggi cardinale di curia.  Mentre don Andrea non temeva di sporcarsi le mani, don Mauro riteneva che le “mani consacrate” non potessero toccare cose “impure”, anche se Gesù nel Vangelo si comporta più come don Andrea.  Durante il suo periodo al Carmine, aveva invitato i portuali del quartiere a portare sulle spalle la statua della Madonna (pesantissima) durante la processione del 15 luglio, festa del Carmelo. Quel 15 luglio del 1970, rimosso don Gallo, la statua fu tristemente portata in processione da un camioncino.  Gli scout (nel frattempo il gruppo 30°, cresciuto troppo, aveva generato il gruppo 26° di cui fui il primo capogruppo) vennero esclusi dai locali della parrocchia con la scusa di opere di manutenzione. Mi fidanzai con Renata Bianchi e ci sposammo nel 1971. Quando nacque il primo figlio non ce la facemmo più a seguire S. Benedetto; abitavamo in via della Maddalena accanto alla chiesa.

 

 


 
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